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La notte sul fiume era calda. Il soffocante umidore di agosto ammorbava l'aria come un nauseante virus, senza un soffio di vento ad alleggerire l'afa. In alto, l'usuale nero era macchiato dalla sfera sanguigna di una luna cremisi, il suo lucore vermiglio sparso sui pigri strascichi di nubi che si attardavano a coprire le stelle più luminose.
In basso, passi pigri quanto le nuvole sull'erba enfiata dall'umidità. Sguardi fuggevoli che si sforzavano di penetrare l'aria densa, non aiutati dal velo scarlatto della luce lunare. Brividi, nonostante il calore opprimente, sulla pelle dell'uomo. Non lo stridio di un uccello, non il frusciare di una foglia, in quella notte sul fiume. Solo aria immobile, pesante, amara.
Non un filo d'erba si mosse quando lunghi artigli si infilarono fra le costole dell'uomo. Solo un tentativo di grido, soffocato dall'assordante sibilo del respiro sfuggito dal polmone trafitto. Neppure il sangue fece sentire il suo lento impatto sul terreno, quando gocciolò dagli artigli estratti silenziosamente come si erano infilzati nella carne. E l'unico suono che la creatura era in grado di percepire, quel tonfo ritmico e sommesso che negli ultimi secondi si era fatto martellante di terrore, si stava affievolendo torpido. La massa di carne, fremente di vita fino a poco prima, si afflosciò sulla riva del fiume.
La creatura stirò le labbra nere come la morte, scoprendo macchie candide che rivaleggiavano con gli astri quanto a luminosità - uniche macchie di luce nel nero vermiglio della sua figura. Un artiglio si sollevò ad accarezzare quelle labbra, concedendo al sangue caldo dell'uomo il contatto con pelle più liscia di qualunque altro essere, con il gelo più profondo e oscuro che esistesse nelle profondità notturne. Il liquido denso sembrò illuminarsi di gioia a quel contatto, e si espanse ad abbracciare ogni piega di quel viso affilato, del collo sinuoso sotto di esso, del petto morbido che li sosteneva. Solo i piccoli, candidi canini affilati gridavano a gran voce il loro desiderio di essere macchiati da quella vita rossa. La creatura non aveva intenzione di deluderli.
Si inginocchiò nell'erba, sollevando la testa del cadavere fra le unghie affilate. La fronte ricadde all'indietro, snudando la linea del collo. La collinetta del pomo d'adamo si sollevò, marcando ogni muscolo e ogni vena del corpo freddo di morte. Le labbra della creatura si sporsero in un timido bacio, il bacio di una vergine mai toccata da mani virili. Si chinarono sulle labbra del morto, ne assaporarono il calore fuggente. Scivolarono, sfiorarono il mento, lasciando la loro traccia scarlatta sulla pelle ancora tiepida. Giù per il collo, sostarono per un istante sulla sporgenza della trachea per deviare verso una spalla, verso quel triangolo di pelle che è la più morbida del corpo. Le labbra si ritirarono sopra le gengive, liberando finalmente il candido avorio avido di calore. La creatura fremette di desiderio.
Non fu un suono udibile da orecchie umane a fermarla. Ma l'irresistibile richiamo la costrinse a separarsi da quella pelle già amata, da quella vita che si raffreddava fra le sue mani. Si voltò, sofferente, implorante, infuriata.
Era un essere simile a lei, quello che osservava i due corpi nell'erba. Un'unica macchia nera, agli occhi umani, ma lì non c'erano occhi umani che potessero percepirlo. Solo gli occhi della prima creatura, pur velati da lacrime di rabbia, potevano vederlo per quello che era. Ma era ancora riluttante ad abbandonare il suo amato.
Il nuovo essere le si accostò dolcemente. Le posò una mano sulla spalla quasi con fare paterno, una mano non priva degli stessi artigli dell'altra: ma questi avevano perso in parte l'aspetto letale, rientrati nella pelle delle dita come le unghie di un felino. Solo qualche istintivo fremito faceva capire che quella non era la loro posizione naturale.
<<Tana>> sussurrò. Un soffio come dalla bocca di un morente davanti alla donna amata. <<Tana, Tana, Tana.>>
La creatura chiamata Tana strinse le labbra in un brivido di amarezza. Non voleva rispondere. Non voleva vederlo. Con rabbia, si strinse più forte al cadavere fra le sue braccia.
<<Perché continui a provarci, Tana? Sai che ti troverei dovunque. Il tuo sangue mi porta il tuo odore.>>
Nessuna risposta. Calde lacrime caddero dalle ciglia di Tana, andando a diluire le scie di sangue che aveva lasciato sul corpo morto, mescolandosi all'aria pesante intorno a loro.
<<Lascialo.>>
<<No>> replicò secca Tana. Erano anni che non pronunciava una parola. Letteralmente. La sua voce era uno sbuffo di polvere in una fortezza disabitata, e la sua gola tremò quando le corde vocali vibrarono ancora.
<<No?>> L'altro ripeté incredulo il diniego di Tana. <<Mi hai contraddetto, ragazzina?>>
Gli occhi di Tana si spalancarono. Aveva dimenticato quanto poteva essere terribile contraddire Ero. Riluttante, lasciò che le dita si rilassassero intorno alla testa del morto. Il suo stesso peso la fece ricadere nell'erba.
Ero si chinò. Prese il cadavere per i capelli come fosse qualcosa di marcio e malato, e lo squadrò disgustato. Senza esitare, lo gettò nel fiume. Il grido soffocato di Tana fu bloccato dalla paura di attirarsi la rabbia di Ero.
Mentre gli ultimi spruzzi si smorzavano nel calore di agosto, Ero sedette nell'erba a fianco di Tana. Un re sul suo trono non sarebbe potuto sembrare più regale, e un amante non avrebbe potuto dimostrare più affetto di quello celato nel braccio di Ero quando circondò le spalle di Tana.
<<Amore mio>> le sussurrò, sfiorandole la fronte con le labbra. <<Non meriti il sangue vecchio di un vecchio umano. Tu devi vivere di sangue giovane, sangue fresco. Gli uomini hanno un cattivo sapore, tesoro mio: un bambino, una ragazza sono più dolci. Perché non li accetti, quando te li porgo in dono?>>
Ancora, Tana non esalò un fiato. Era stretta fra le braccia di Ero, la testa sul suo petto, in corrispondenza del cuore. Ma quel cuore non batteva da tanto, tanto tempo. Le sue lacrime si asciugarono contro il freddo corpo di lui.
Ero le accarezzò le guance e gli occhi, per cacciare via gli ultimi residui di tristezza. Le baciò entrambe le palpebre prima di riprendere. <<Promettimi che non andrai più in cerca di sangue amaro. Me lo prometti, Tana? Prometti questo al tuo Ero?>>
Lei trattenne un singhiozzo, soffocandolo nel petto di lui. <<Te lo prometto>> sussurrò.
<<Brava il mio amore>> approvò Ero. <<Dammi un bacio, ora. Dimostrami che mi ami.>>
Un'ultima lacrima, una sola, si staccò dalle ciglia di Tana. Si perse nell'erba. Intanto le labbra di lei già toccavano il collo di Ero, quel triangolo di pelle che poteva essere del suo uomo. Chiuse gli occhi e vi affondò con amarezza i denti, assaporando suo malgrado l'aroma dolce e polveroso che aveva imparato ad amare. Il liquido rosso le fluiva nella gola, denso, portando con sè l'intenso sapore di morte del corpo di Ero.
Bevve fino a che ne fu sazia. Quindi si staccò dalla pelle fredda dell'altro, colma della soddisfatta spossatezza che le era usuale. Si abbandonò fra le braccia di Ero, gli occhi e le labbra dischiusi. Pur non avendo bisogno di aria, il suo seno si sollevava al ritmo di respiri lenti e profondi. Un residuo di nauseabonda tristezza le invase la lingua.
Ero fece scorrere le dita artigliate fra i capelli di lei, neri come tutto nella sua figura, liberando l'afrore di muschio e polvere bagnata che assimilò con voluttà. La strinse più forte a sè con indicibile affetto.
<<Torniamo a casa>> le sussurrò all'orecchio. L'avvolse nelle sue braccia, e il nero delle due figure si fuse con quello della notte sanguigna.

Il morbido velluto rosso e consunto dell'antica sedia era maglia di ferro rugginosa sulla sua pelle. Ma le dita sottili e forti di Ero, che le accarezzavano dolcemente il collo, non le permettevano di muoversi.
I pollici che sfioravano le vertebre sulla sua nuca, gli indici a solleticare la delicata infossatura fra le clavicole. Poteva spezzarle il collo, con quelle mani, e gettarla via come aveva fatto con l'uomo. Ma lei non si mosse. Lasciava che le unghie di lui le segnassero di rosso il corso delle due vene iugulari, senza un lamento, senza una protesta. Non aveva alcun diritto di protestare. Aveva disobbedito.
<<Mi hai disobbedito>> mormorò Ero. I suoi artigli disegnarono circoletti amarantati sul collo di Tana, senza tuttavia provocare il minimo graffio sulla pelle perfetta.
Lei non cercò di giustificarsi. Avrebbe solo peggiorato la sua situazione. Attese che Ero fosse pago del suo tremore, quindi lo lasciò proseguire senza un'interruzione.
<<L'unico uomo che puoi baciare sono io. Io, e nessun altro. Lo sai questo, vero, amore mio?>>
Tana si concesse un fremito del capo. Un assenso. Non poteva vedere Ero, in piedi dietro l'alto schienale della sedia, ma sapeva che il suo volto non mostrava l'ombra di un sorriso. La sua espressione più pericolosa.
<<Cosa vuol dire, Tana? Non mi ami? Preferisci un piccolo, semplice, limitato umano... a me?>>
<<Ero, non è come pensi... io ti...>>
Gli artigli di Ero si conficcarono nella vena sinistra di Tana. Poche gocce rosse scivolarono pigramente sul collo, senza nessuna pressione sanguigna a sospingerle. <<Non mentirmi>> esalò Ero. Sotto le dita, sentiva la paura di Tana. Una paura mortale. Ne godette segretamente. <<Sento la menzogna nel tuo sangue.>> A quelle parole, si chinò sul collo di Tana e leccò le stille cremisi che le stavano scivolando lungo il petto. Bastò quel rapido, umido contatto a strapparle un gemito terrorizzato.
<<Io so cosa vuoi, mio piccolo amore. Tu vuoi il sangue degli uomini. Quel lurido, marcio sangue amaro. Ma so bene come farti passare la voglia di cose umane.>>
<<Ero, ti prego... Non ti disobbedirò mai più, te lo giuro.>>
Una delle mani di Ero lasciò la spalla di Tana, per nascondersi in un cofanetto sotto il grande specchio che rifletteva solo la stanza vuota. Riflesso nel vetro, Tana vide il coperchio del cofanetto sollevarsi. Un oggetto ne venne estratto, troppo in fretta perché potesse distinguerlo.
<<Ne sono sicuro, amore mio. Non mi disobbedirai mai più.>> Con dolcezza, le accarezzò la pelle morbida fra il mento e il collo. Tana tremò sotto le sue dita fredde. Poi, la mano la afferrò.
Il viso di lei venne tenuto alto, di modo che i suoi occhi potessero figgersi solo nell'oscurità che celava il soffitto. Solo la paura le impediva di abbassare le palpebre, per non vedere il buio infinito sopra di lei. Poi, un oggetto si stagliò sul fondo nero. Un oggetto di un terribile bagliore biancastro.
Tana urlò il suo grido disumano, un grido del più autentico terrore. In un gesto convulso sollevò le dita artigliate per difendersi da quella vista oscena, da quello che era il simbolo della loro maledizione, della maledizione che legava Tana ed Ero alla morte e la loro morte alla vita. Le unghie di Ero le penetrarono la carne.
<<Ferma>> ordinò. Non un ordine espresso dalla sua voce polverosa, ma dagli artigli nel corpo di Tana. Un ordine a cui lei non si poteva sottrarre. Il suo corpo non le apparteneva più, dal momento che Ero ne aveva preso possesso. Lentamente, vide le sue stesse mani calare sui braccioli di velluto della sedia, ogni muscolo, ogni nervo bruciante dell'ordine di Ero. Brucianti lacrime solcavano il viso di lei, lacrime di paura, rabbia, vergogna, orrore. Di nuovo, i suoi occhi furono costretti ad aprirsi di fronte al rosario d'avorio e argento che Ero le faceva oscillare sul viso. La crocina candida le sfiorava le labbra, in cerca dell'unico niveo bagliore della sua figura.
Gli artigli nel suo collo strinsero appena di più, sfregando sulla cartilagine della trachea. Lo scricchiolio le penetrò nei polmoni. La dolce voce di Ero le inebriò i sensi. <<Chiudi gli occhi, amore mio. Voglio farti una sorpresa.>> Poi gli artigli l'abbandonarono. Ma il corpo paralizzato di Tana non poteva spostarsi da quella orribile posizione, il collo nudo ed esposto come quello di una vittima sacrificale. Non poteva chiudere gli occhi. Vide quel gesto orribile, vide le mani di Ero che prendevano la catena del rosario e l'aprivano in tutta la sua lunghezza, vide le perle d'argento calare lentamente intorno alla sua testa. Poi non vide più nulla. Il dolore le annebbiò d'un colpo ogni senso. Neppure un grido, un gemito, un tremito: Ero le impediva di dimostrare il suo dolore.
<<Un regalo per te>> le sussurrò dolce, la voce traboccante di amore. <<Ti piace?>> La baciò sulla fronte, carezzandole il viso e le spalle. <<Un regalo per il mio amore.>>
Non fu stavolta il comando di Ero. Un fascio di nervi costrinse il braccio destro di Tana a sollevarsi, di poco dapprima, poi in uno strappo improvviso. La stupita protesta di Ero si perse nella pioggia tintinnante delle perle d'argento sul pavimento.
<<Non sono il tuo amore.>>
Tana ignorò il dolore bruciante nel palmo della mano, dove stringeva ancora la croce d'argento. Si strappò di dosso gli artigli di Ero, feroce di rabbia e odio troppo a lungo repressi, e si lanciò contro l'amante.
Ero fu colto di sorpresa. Ma aveva vissuto per così tanto tempo che nulla poteva prenderlo alla sprovvista, neppure l'improvvisa ribellione della sua amata. La sedia fra i due fu spazzata via da un colpo poderoso, e un nuovo gesto del suo braccio scagliò Tana contro il grande specchio, cieco alla battaglia sotto il suo sguardo. Frantumi di cristallo macchiarono di lacerazioni sanguigne il pallore di Tana.
La vista del suo stesso sangue rafforzò i suoi propositi. Costrinse il suo corpo a rialzarsi, sempre stringendo fra le dita ormai ustionate a morte la piccola crocetta. Non aveva più il controllo di quello che faceva. Il suo corpo, la sua mente, il suo sangue ribollivano di secoli di furia, umiliazioni, vendetta. Non vide, sentì soltanto, le sue dita conficcare la croce d'argento fra le costole di Ero. Sempre più in profondità nella sua carne morbida, inondandosi di sangue vecchio e stanco, gli artigli spinsero il simbolo letale ed immortale nel petto di Ero, scavandosi il loro percorso attraverso la vita e la morte di lui. Un altro corpo cadde quella notte, ma non nostalgico della vita che non l'aveva mai pervaso. Nostalgico della morte, della necrofila passione che lo legava all'amata. Con nostalgia cadde, senza pregare un altrove che sapeva non esistere. Fra le scheggie gelide dello specchio frantumato, al corpo di Ero fu proibito ogni alito di rimpianto.
Si sollevò, Tana, sconvolta dalla ferocia che stava piano abbandonando il suo corpo. Per l'ultima volta guardò Ero, quello che non era più Ero, quello che l'aveva amata e che aveva amato. Il viso di lui deturpato dalle lacerazioni del vetro che non rifletteva altro che il suo sangue. Sangue. L'unico che Tana avesse mai amato.
Di nuovo, l'ultimo contatto. Per l'ultima volta l'amore nelle labbra di lei la spinse a suggere la vita stessa dalle labbra dell'antico amante, ogni goccia d'amore assorbita dalla bocca voluttuosa. Candide macchie d'avorio, finalmente macchiate dal rosso dell'amore. Non un moto di affetto, stavolta, ma di fremente e incontenibile passione. Lo amava, Tana. Amava il sangue.
Svuotò il corpo freddo di ogni stilla di passione. Sangue sul suo viso, sulle sue mani, sul suo petto. Si alzò, Tana, esausta ed estatica. Fra le ciglia semichiuse, spiò il riflesso del grande specchio, dei pochi frammenti venati di mortifere crepe che aspettavano incastrati nella loro cornice. Vedeva solo sangue che colava dal nulla. Lo specchio stesso sanguinava, e sanguinavano i cocci inutili sul pavimento. Tana sorrise. C'era ancora così tanto sangue al mondo.
©2008-2009 ~swordofdoom
:iconswordofdoom:

Author's Comments

Only Italian, I won't translate this.

Un racconto noir. Spero che piaccia. Se leggete, per favore lasciate almeno un commento, grazie.

Comments


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:iconmastrob:
Mi piace la scelta delle parole, la musicalità la potenza descrittiva e la minuziosità...
A tratti dannunziano.
Mi piace la poeticità e il tema.
Mi piace il finale.

... Mi piace assai. :D

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- MastroB :heart::coffeecup: -
"La pallida luna m'illumina mentre il vento mi parla di te..."
(I apologize for my bad English... Once and for all =P)
:iconswordofdoom:
guarda un bacio per il complimento...d'annunzio è uno dei miei scrittori preferiti! :giggle:
ci ho impegnato parecchio tempo per le parole, è stato davvero un grosso impegno mentale, ma se merita anche un solo complimento ne sono orgogliosissima!

--
le mani di un artista... le mani di un dio.
artist's hands are like god's hands

I take commissions. Just visit my page for info.
:iconmastrob:
Si vede che ti piace il mio omonimo :D
Mi è piaciuto subito questo racconto perchè mi ha immerso nella vicenda, come dire, per un attimo mi è sembrato di essere a due passi da loro. :)

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- MastroB :heart::coffeecup: -
"La pallida luna m'illumina mentre il vento mi parla di te..."
(I apologize for my bad English... Once and for all =P)
:iconswordofdoom:
è per questo che sono fatti i racconti, no? allontanarci per qualche minuto dal nostro mondo. O almeno, è la mia personalilssima opinione. Ti ringrazio ancora!

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le mani di un artista... le mani di un dio.
artist's hands are like god's hands

I take commissions. Just visit my page for info.
:iconmastrob:
Sono d'accordo.
Prego :D

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- MastroB :heart::coffeecup: -
"La pallida luna m'illumina mentre il vento mi parla di te..."
(I apologize for my bad English... Once and for all =P)

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November 23, 2008
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